mercoledì 3 settembre 2014

CHI VUOLE LA PACE  OPERA PER LA PACE

Tutto quello che si poteva fare per determinare una situazione di conflittualità fra la Russia e l'UE è stato fatto. Dalla scriteriata proposta di un accordo economico UE-Ucraina, alle sanzioni economiche contro la Russia, alle manovre militari NATO a ridosso della frontiere russe.
Solo analisti col cervello bacato potevano immaginare che la Russia avrebbe lasciato fare e così, piano piano, il livello del rischio si è'alzato e l'Europa si ritrova con lo spettro della guerra alle porte.

Siamo ben distanti dallo "spirito di Pratica del Mare" ove la Russia di Putin venne ammessa al "club dei 20" come così scriveva "la Repubblica" del 28 maggio 2002 " Con la firma da parte dei 19 paesi membri della Nato e della Russia della Dichiarazione di Roma, le porte dell'Alleanza atlantica si sono aperte all'ex potenza comunista. I capi di Stato e di governo dell'Alleanza e il presidente russo Vladimir Putin, riuniti nella base militare di Pratica di Mare, hanno in questo modo messo la parola fine alla contrapposizione che ha caratterizzato gli anni della guerra fredda, e inaugurato una nuova visione unitaria degli equilibri mondiali, che ha come obiettivo primario la lotta contro il nemico comune del terrorismo.

Formalmente la Dichiarazione di Roma, firmata a fine mattinata, crea un Consiglio a venti, composto dai paesi Nato e dalla Russia. In questa sede i membri potranno discutere e adottare decisioni su base paritaria su nove temi: lotta al terrorismo, gestione delle crisi, non proliferazione delle armi di distruzione di massa, controllo degli armamenti e misure di rafforzamento della fiducia reciproca, difesa contro i missili di teatro, operazioni di salvataggio in mare, cooperazione militare e riforma dei sistemi di difesa, piani a fronte di emergenze civili, sfide e nuove minacce. Le decisioni, hanno spiegato i leader, verranno prese con il metodo del "consenso", sulla base di "un dialogo comune
".



lunedì 31 marzo 2014

RIFIUTI A GENOVA

La politica del non decidere seguita dalle Amministrazioni d sinistra che si sono succedute negli ultimi decenni ha portato: 1. al disastro di Scarpino; 2. alla necessità di inviare fuori Regione la frazione umida (con costi elevati per tutti noi genovesi); 3. la quasi certa chiusura del conferimento rifiuti a Scarpino e l'inevitabile invio degli stessi presso l'inceneritore di Brescia. Proprio quell'inceneritore (termovalorizzatore od altro) che non si è stati capaci di realizzare a Scarpino per le indecisioni, incapacità e dissidi interni della sinistra.

 TANTO PAGANO I GENOVESI CHE...CONTINUANO A VOTARE DEGLI INCAPACI!
 
P.S. Per non parlare dei gabbiani che prosperano a Scarpino e spesso bloccano l'operatività del vicino aeroporto "C.Colombo"

mercoledì 26 marzo 2014

TIRRENO POWER A VADO LIGURE

La preoccupazione per gli sviluppi dell’inchiesta legata alla centrale elettrica di Vado Ligure va di pari passo con la richiesta di chiarezza sulle questioni ambientali, unitamente all’esigenza di un’attenta valutazione per le conseguenze dirette e indirette che si addensano attorno alla Centrale in termini di occupazione, di gestione industriale e di più ampie ricadute sul sistema elettrico nazionale.

La sicurezza degli impianti industriali deve andare di pari passo con il rispetto dell’ambiente e della salute; tuttavia deve essere chiarito quali siano le differenziazioni tecnologiche tra l’impianto di Vado Ligure rispetto ad altre centrali dello stesso tipo italiane ed estere. Così come deve essere efficiente e trasparente il rispetto delle norme da parte dell’Azienda, nonché certo e puntuale il controllo degli Organismi preposti.

La de-industrializzazione della Liguria è già stata pagata a caro prezzo in termini occupazionali ed economici, non possiamo permetterci un'altra chiusura!

L’assenza di una politica energetica nazionale non può, comunque, far dimenticare come le attività manifatturiere italiane richiedano tanta energia e a costi concorrenziali con i “competitors” stranieri; questa energia è basata in grandissima parte – né potrebbe essere diversamente – sul carbon fossile giacché le fonti energetiche alternative danno, e potranno dare anche nel futuro, un piccolo contributo percentuale per le esigenze industriali del Paese. Ricordarselo nel momento dello stop giudiziario alla Centrale di Vado Ligure e della pressoché certa reiterazione della difficoltà di approvvigionamento di metano dai fornitori dell’Asia centrale, può solo fare bene allo sviluppo ed al rilancio del sistema socioeconomico dell’Italia.

mercoledì 26 dicembre 2012

AGENDA MONTI. RIFLESSIONI


Che il Governo Monti abbia addottato dei provvedimenti - peraltro approvati dal Che il Che il Governo Monti abbia addottato dei provvedimenti - peraltro approvati dal Parlamento - molto "pesanti " per gli italiani non v'è alcun dubbio; che tali provvedimenti facessero parte di un "pacchetto" in larga parte già predisposto dal precedente governo Berlusconi (ma che non sarebbero mai passati in Parlamento vista la contrapposizone esistente fra gli schieramenti) è altrettanto vero. Che questi provvedimenti abbiano bloccato il Paese prima che cadesse del baratro tipo Grecia (e parzialmente tipo Spagna, ove quest'anno non vengono pagate le tredicesime) mi pare evidente. Che durante questo anno i partiti politici non abbiano saputo approvare uno straccio di riforma elettorale, né riformare il sistema di finanziamento degli stessi, né ridurre il numero dei parlamentari ed i relativi benefits, né riorganizzare il sistema territoriale degli enti locali, nè... rivedere le pene alternative alla carcerazione mi sembra palese: eppure erano gli unici compiti che avrebbero dovuto perseguire, atteso che la parte economico-finanziaria era seguita dal Governo (salvo approvazione del Parlamento).
Ma questa è storia passata. Prima di sparare a zero su Monti proverei ad analizzare i contenuti dell'agenda Monti e confrontarla con le proposte dell'area politica che fa riferimento a Bersani e di quella che fa riferimento a Berlusconi.
Evidenzio solo due aspetti -che ho trovato solo nell'agenda Monti - 1. l'esigenza che il nostro Paese superi culturalmente la disparità fra uomo e donna; 2. l'esigenza che il nostro Paese procrei più figli.
Capisco chele parole valgono per quello che valgono e occorrono anche le persone che vi diano gambe: ma mi proeccupano le persone che dovrebbero dare gambe alle proposte
(quali?) di Berlusconi ed a quelle (composite e viziate dalla presenza di Vendola) di Bersani. Così come mi preoccupa che per il nostro Paese si apra una nuova stagione di contrapposizione frontale simile a quella dell'ultimo ventennio.

Ciò detto, mi lascia perplesso questo "etichettare" il prossimo pro-Monti o contro-Monti: speravo che il nostro Paese avesse superato la malattia del "partito-personalizzato" e si potesse ragionare in termini di contenuti.

Io sto ancora ragionando.

sabato 8 dicembre 2012

ILVA. Quando i nodi vengono al pettine.


Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge per il risanamento ambientale e la continuità produttiva dell'Ilva di Taranto, che recepisce le indicazioni emerse nel corso dell'incontro tra Governo, parti sociali, amministratori locali e vertici aziendali del 29 novembre scorso.

"Non possiamo ammettere che ci siano contrapposizioni drammatiche tra salute e lavoro, tra ambiente e lavoro e non è neppure ammissibile che l'Italia possa dare di sè un'immagine, in un sito produttivo così importante, di incoerenza". Lo ha detto Mario Monti al termine del Consiglio dei ministri che ha varato il decreto Ilva o decreto, come puntualizzato da Monti, "decreto salva ambiente-salute-lavoro". "L'intervento del governo è stato necessario perché Taranto è un asset strategico regionale e nazionale", ha aggiunto Monti.

La Fim-CISL, attraverso il suo segretario nazionale Bentivogli,  ha espresso un giudizio positivo sull`approvazione del decreto Ilva da parte del Consiglio dei Ministri. "Riteniamo che il testo consenta il giusto equilibrio utile a consentire l`applicazione dell`Aia approvata il 26 ottobre e non riproporre lo scontro muscolare di questi mesi".  "Il decreto rafforza l`Aia che ottiene status di legge primaria, obbliga perentoriamente l`azienda ad attenersi al rispetto inderogabile delle procedure e dei tempi del risanamento. Riteniamo - ha aggiunto - di grande valore la creazione della figura del Garante della vigilanza sull'attuazione degli adempimenti ambientali anche al fine di superare lo scontro istituzionale generato attorno a questa vicenda».
 
"Sono mesi - ha detto il segretario CISL Bonanni - che teniamo desta l'attenzione con iniziative che sottolineano una situazione intollerabile per il lavoro non solo perché‚ viene messo in discussione ma anche perché‚ viene criminalizzato da discussioni estremistiche che fanno ritenere che chiudere quegli impianti significherà bonificare Taranto ma così non si bonifica Taranto da 40 anni di veleno non gestiti nel sito industriale".
 
Sulla vicenda Ilva esiste un problema di risorse. Si deve essere consci che ben difficilmente l’Ilva riuscirà a reperire tutte le risorse economiche per attuare quanto stabilito dal decreto-legge, così come bisogna aver presente il costo economico e sociale del risanamento dell’intera area urbana di Taranto che non deve, né può, gravare solo sullo Stato:  la Regione Puglia ha una sua specifica responsabilità, essendo direttamente competente per le politiche ambientali nel territorio e in questo caso drammatico la Regione Puglia (che avrebbe dovuto essere più attenta a quanto accadeva nel centro scopo, per reperire una parte delle risorse necessarie.

Dovendosi valutare le vicende che hanno investito il centro siderurgico di Taranto la prima considerazione è che il Paese si è trovato di fronte a decisioni – senza anima – adottate da un ordine (è noto che sotto il profilo costituzionale la magistratura è un ordine) che si è trasformato in un potere, assumendo provvedimenti di competenza della politica – assente da anni sui problemi della politica industriale – e incidendo in maniera economicamente e socialmente rilevante sulle attività produttive del Paese.

A questo deve aggiungersi che la vicenda ILVA costituisce il culmine della “privatizzazione all’italiana” inaugurata da Romana Prodi allorché diede corso alle privatizzazioni senza liberalizzazioni negli anni Novanta svendendo l’immenso patrimonio della vecchia IRI ad industriali, o presunti tali.

Nel caso della siderurgia, “i rottamatori da forno elettrico”  ebbero la responsabilità di  imprese siderurgiche a ciclo integrale tra le più avanzate del mondo, grazie al lavoro di tecnici ed operai che costituivano motivo di vanto e di orgoglio per il nostro Paese. La miopia che privilegiava una qualsiasi proprietà privata rispetto a quella pubblica e l’incapacità di leggere i cicli dell’economia internazionale fecero credere a chi reggeva in allora le sorti della politica italiana che fossero superate le industrie di beni strumentali che dovevano essere chiuse o delocalizzate o svendute a privati di bocca buona compiendo l’operazione “spezzatino”: non fu un’operazione di “liberalizzazione” della siderurgia (e non solo) , ma una bieca e sporca “privatizzazione” che consegnò i gioielli delle aziende di stato a imprenditori che “per grazia divina” venivano considerati più abili e a capaci di coloro che le avevano portate a competere sui mercati internazionali anche con risultati prestigiosi. La “deregulation” divenne l’imperativo categorico di un’intera classe politica italiana, sulla scia dell’esempio anglosassone; la chimica, la siderurgia, la metalmeccanica, la progettazione impiantistica, le telecomunicazioni, la siderurgia, la navalmeccanica ecc. furono declassate ad aspetti residuali dell’economia del Paese, se non addirittura spazzate via.

Intere aree industriali furono cedute a prezzi irrisori ai nuovi arrivati, spesso senza porsi il problema di un diverso e più proficuo utilizzo delle stesse in termini occupazionali ed urbanistici.

Adesso siamo giunti al capolinea. I cinesi e gli indiani –ma ben presto altre nazioni seguiranno – fanno concorrenza a ciò che resta della produzione italiana; i famosi “rottamatori delle valli pedemontane” riconsegnano al Paese aziende ed aree ad alto livello di inquinamento, avendo investito poco o nulla sull’adeguamento tecnologico-ambientale e, magari, spostano la produzione in Paesi di “bocca buona” in termini di tutela dell’ambiente e del lavoro.
 
Per quanto riguarda Genova come considerare l”accordo di programma” che mantiene nel cuore della città un’azienda a bassa intensità occupazionale su ampi spazi preziosisimi a fil di costa, sia per il porto, sia per l’insediamento di industrie ad alto contenuto tecnologico ?. Un accordo tutto sbilanciato a favore dell’ILVA, in cui è presente la cassa integrazione in maniera endemica e che, soprattutto, lega la sopravvivenza dello stabilimento di Cornigliano all’ approvvigionamento dei semilavorati realizzati nel centro siderurgico di Taranto.

Fu una scelta sbagliata - che chi scrive valutò negativamente sin dall’inizio – di cui Genova paga tutte le conseguenze negative e che, tutt’ora, la stessa classe dirigente che operò quella scelta continua a considerare positiva (d’altronde ricredersi su quella scelta sarebbe un suicidio politico……).

Ci sarebbe da svolgere anche qualche considerazione su alcuni ambienti della Curia genovese che sostennero le scelte dell'accordo di programma non si comprende se per cecità o visione paleoindustriale o per comodo accodarsi alla linea politica espressa dalla sinisitra genovese: ma su ciò è meglio stendere un velo pietoso....anche se quei personaggi continuano a sostenere la validità di quella scelta.
 
Peccato che a pagare quella scelta siano, adesso, i lavoratori dell’ILVA, quelli dell’indotto (artigiani, PMI, professionisti ecc.) e le loro famiglie.

 

 

 

 

 

giovedì 2 febbraio 2012

Per non sottoscrivere un resa ai fatti

Nell’omelia pronunciata a Cagliari il 17 settembre 2008, Papa Benedetto XVI ha detto con tutta chiarezza che “la politica necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile”. Solo un mese fa, il 14 luglio, monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha ribadito che “urgono politici meno subalterni alle logiche di partiti personali, autoreferenziali, funzionali a caste politiche, e staccati dalla società civile”. E venerdì, 19 agosto, intervenendo da Madrid al programma radiofonico Radio anch’io, il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha insistito, come già aveva fatto il 10 agosto nell’omelia pronunciata nella solennità di San Lorenzo, su punti nevralgici relativi all’impegno pubblico dei cattolici, a cominciare dal fatto che al centro della politica debbono stare la persona e la famiglia. E sempre da Madrid il cardinale ha affermato che, pur senza “nostalgia” per la loro unità politica, i cattolici oggi “vogliono dare il proprio contributo alla politica, con il loro specifico, fondato sulla dottrina sociale della Chiesa e sui valori”.
Una giusta, più che giusta, presa di posizione. Ma in che modo, per quali vie, attraverso quali strumenti il mondo cattolico può dare il proprio contributo a una politica che, come anche il cardinale constata, è sempre più lontana dai problemi della gente? E a ben ragione nei sentimenti dei cittadini nei confronti della politica si intrecciano disgusto e indignazione, giacché i politici (sia detto con il rispetto di chi lo merita), mentre non perdono occasione per dichiarare di spendere i loro giorni a servizio del popolo, fanno spudoratamente uso del popolo, del consenso del popolo, per servire se stessi, i propri interessi. Schierati a difesa dei loro privilegi acquisiti, si atteggiano a medici dei mali della società, ma la verità è che sono loro a essere la malattia, e la malattia più grave.
Dunque: che fare? Non è un mistero che, con la fine della prima Repubblica, la diaspora dei cattolici nelle diverse formazioni politiche abbia decretato la fine della loro incidenza sulla vita politica italiana. Gira l’idea che non ci siano le condizioni per la formazione di un partito di cattolici – come se le “condizioni” non fossero realtà cui opporsi o realtà da creare. E si continua a ripetere che i cattolici, in qualsiasi formazione politica si trovino a militare, debbano dare testimonianza degli ideali in cui credono. Si tratta, indubbiamente, di una nobile e meritevole proposta morale. Ma ecco cosa accade: in una Commissione o all’interno di un partito, tu cattolico (sempre in minoranza), fai presente e argomenti per soluzioni in linea con i tuoi valori; la maggioranza, però, vota – per convinzione, opportunismo, lealtà al partito, fedeltà al capo, vigliaccheria, bassi interessi – a favore di proposte opposte alle tue; ebbene, tu hai dato testimonianza, hai salvato la tua anima, ma politicamente conti meno di zero. La testimonianza morale non è sinonimo di azione politica. L’azione politica esige l’organizzazione, cioè un partito. E in una situazione come la nostra – con un Parlamento nominato da quattro Caligola e dove una sgangherata coalizione di sinistra rimane geneticamente abbarbicata a forme tossiche di statalismo (si pensi soltanto alla questione della scuola) e dove la coalizione di destra ha fatto del tutto per calpestare ogni barlume di proposta liberale – non è forse necessario, urgente e doveroso da parte dei cattolici liberali dare il proprio contributo
alla politica con un partito di chiara impronta “sturziana” nella tradizione di quel cattolicesimo liberale che da Toqueville, Bastiat, Lord Acton e Rosmini giunge ad Einaudi e Sturzo?
Stanno qui, a mio avviso, le buone ragioni per dissentire da Giuseppe de Rita, il quale (Corriere della Sera, 6 agosto) vede il processo di coagulo del mondo dei cattolici come un obiettivo e un impegno di lunga durata “sul passo lungo, tipico delle forze sociali, delle dinamiche locali, delle fedi religiose”. E l’idea di tempi lunghi viene fatta propria anche da Lorenzo Ornaghi, quando pensa ai cattolici come ad “un giacimento di futuro” (Avvenire, 24 luglio). E nel frattempo, viene subito da chiedere a De Rita e Ornaghi, i cattolici – con le loro innumerevoli iniziative di gruppi, circoli, tra libertas associazioni e movimenti – dovranno seguitare (e fino a quando?) ad affaccendarsi nel “pre-politico” preparando “ascari” per altri eserciti fortemente attivi, ma a modo loro, nel “politico”?
Si domanda Andrea Riccardi (Corriere della Sera, 14 agosto): “La crisi e il vuoto attuale sono segni dei tempi? L’effervescenza cattolica esprime preoccupazione, ma rivela anche un problema irrisolto: su quali tempi muoversi? Quelli lunghi del sociale e del religioso o medi della cultura o brevi dell’emergenza?”. E chi non vede i tratti di una minacciosa emergenza in un sistema formativo (dalle elementari all’Università) privo di competizione; in una gioventù a cui è stata rubata la speranza di un futuro appena decente; in centinaia di migliaia di famiglie gettate sul lastrico; in un sistema economico incapace di ripresa e di sviluppo perché oppresso dalla malavita organizzata, da una burocrazia asfissiante, da un fisco esorbitante e dalla corruzione politica? E che dire dello scontento generato dai tanti casi di malasanità; di una TV sempre meno servizio pubblico e sempre più cattiva maestra; e della disumana situazione dei reclusi nelle nostre carceri? “Visitare i carcerati” era una volta pratica doverosa per i cristiani; ma questo precetto ce lo ricordano ora – e meritoriamente – Marco Pannella e la sua pattuglia di radicali. E perché mai nessun gruppo cattolico nei diversi partiti si è preso cura di ascoltare coloro che forse meglio di altri conoscono i problemi dei carcerati, e cioè i cappellani delle carceri? E ci avviciniamo umanamente ai Rom solo quando ci ritroviamo nella chiesa di Santa Maria in Trastevere a piangere sui loro piccoli morti bruciati o annegati. Intanto i politici si occupano di “altro” (legge Cirielli, lodo Schifani, lodo Alfano, processo lungo, prescrizione breve…) e mentre predicano il merito praticano la più squallida logica della corte – di una corte gremita di servi in livrea e di “clarinetti” ben remunerati. Dunque: occorre forse che l’emergenza monti e si trasformi in uno tsunami perché i cattolici liberali si organizzino in un partito e diano il loro contributo al “processo rigenerativo della politica”? Ovvero c’è da aspettare un’altra guerra combattuta e persa perché i cattolici si sentano chiamati a formare un partito? Insomma: c’è o no, oggi, in Italia l’urgenza di un partito di cattolici liberali? Una vasta truppa è in attesa. Dove si nascondono i potenziali “generali”? Sono anche loro alla greppia? Quando don Luigi Sturzo fondò il Partito Popolare, lo fece anche con l’intento di offrire un aiuto alla Chiesa, nel preciso senso che così la Chiesa non dovesse immergere le mani nella melma della politica. Se sbagliano De Rita, Ornaghi e Riccardi, sbagliano tre cattolici, ma ciò non comprometterebbe l’alto Magistero della Chiesa. Ovvero nella sostanziale marginalizzazione politica dei cattolici, dovremo ancora assistere allo sgradito spettacolo di politici senza scrupoli e di atei devoti sempre all’erta nell’usare la fede degli altri come strumento del proprio potre. Fu Schleiermacher ad affermare nei Discorsi sulla religione che una fede che non è più fine in se stessa, ma solo mezzo per altri scopi, è già morta come fede. Di seguito, Kierkegaard: “Iddio non sa che farsene di questa caterva di politicanti in seta e velluto che benevolmente hanno preteso di trattare il cristianesimo e di servire Iddio servendo a se stessi. No, dei politicanti Iddio se ne strafischia”.
Dario Antiseri
(tratto dalla rivista trimestrale “LIBERTAS” dicembre 2011).

mercoledì 25 gennaio 2012

SCIOPERO BENZINAI e SCORTA CARBURANTE

I preannunciati scioperi dei benzinai invita molti automobilisti a fare incetta di carburanti, pronti ad affrontare lunghe file al distributore per fare il pieno all’auto o a riempire taniche in vista di un utilizzo intenso di uno o più vei...coli. Al di là delle considerazioni sull’opportunità di un simile accaparramento è necessario chiarire cosa stabilisce la legge in merito.
La norma
L’ADR 2011 ( in vigore dal 1 luglio 2011) conferma al punto 1.1.3.1 l’esenzione dall’osservanza delle norme generali in materia di trasporto di merci pericolose su strada, effettuato da soggetti privati, per quelle merci che siano destinate ad uso personale, domestico, ricreativo e sportivo, con l’avvertenza che siano adottate misure per prevenire colaggi.
Nel caso di prodotti infiammabili – quali la benzina per motori (classificata alla classe 3, UN number 1203) – che siano posti in recipienti riempiti dall’interessato ( o dal benzinaio), tali recipienti debbono avere una capacità massima di 60 litri.
I recipienti
I recipienti possono essere di acciaio o di plastica, sempre rispondenti alle norme ADR e, pertanto, marchiati con la sigla UN/3A2/X…… o UN/3A2/Y (nel caso di taniche di acciaio con tappo rimovibile) oppure UN/3H2/X…..o UN/3H2/Y(nel caso di taniche in plastica con tappo rimovibile). Non mi addentro su come prosegue la marcatura ove ci sono i puntini perché troppo complesso da spiegare in una breve nota.
Il comportamento
Si consiglia vivamente di:
• non riempire il recipiente sino all’orlo;
• evitare che durante il riempimento del carburante ne bagni le pareti esterne;
• provvedere alla dispersione dell’energia statica durante il riempimento; a tal fine è preferibile usare taniche di acciaio ed appoggiarle a terra durante il riempimento;
• chiudere bene il recipiente, una volta riempito;
• sistemare il recipiente nell’auto, in maniera che non si muova, e comunque non nell’abitacolo;
• non stoccare i recipienti, perché questo configura un deposito di combustibili soggetto a specifiche disposizioni di sicurezza;



Ovviamente una volta vuotato il recipiente occorre lasciarlo aperto per lasciar fuoriuscire i vapori di benzina.


La materia è regolamentata anche dalla Circolare del Ministero dell’interno 7 ottobre 2003 n. 300/A/1/44237/108/1, la quale chiarisce definitivamente che il trasporto di combustibili nei limiti e con le modalità sopra descritte non comporta violazione dei commi 8 e 9 dell’art. 168 del Codice della strada e quindi nemmeno la decurtazione dei 10 punti patente per i trasgressori

martedì 27 dicembre 2011

Questione sociale. Nuova e diversa



Stiamo vivendo in una nuova e diversa questione sociale con un avversario invisibile ed imprendibile da contrastare. Gli strumenti che la storia del secolo scorso e l'esperienza accumulata negli anni trascorsi non sono di alcun aiuto.

Ripartire dai principi - che per noi cattolici sono iscritti nella Dottrina Sociale della Chiesa è ineludibile - per comprendere come vincere un nemico invisibile nella sua entità ma visibilissimo negli effetti che sta producendo.

Un "ponte" ci unisce a quei cattolici che affrontarono la "questione sociale" nei tempi passati: la speranza e la certezza di riuscire nell'intento.

venerdì 23 dicembre 2011

NATALE 2011



L’è Natale, battaggia ‘e campann-e!
Cori d’Angei se sente cantâ e in ti boschi in sci monti e pe-e cianne-e gh’è a gran paxe da tutti aspetâ.
Tutto o çë o lè gremio de stelle: nêutte freida, ma câda d'Amo...
Tutte ‘e cose diventan ciù belle se in to chêu brilla un raggio de Sö!
Bon Natale


(le parole sono di Piero Bozzo)

La vicinanza del card. Bagnasco agli operai della Fincantieri



«L’importante è salvare il lavoro,nelle modalità che si riescono ad individuare. Ma, certamente, questo presidio deve essere assolutamente reso vivo, innovato e posso anche dire che l’attenzione concreta, fattiva da parte di tutti è continua». È l’augurio rivolto dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova, agli operai dello stabilimento Fincantieri di Sestri Ponente, in vista del Natale. I lavoratori proseguono con il presidio per protestare contro l’accordo sulla cassa integrazione siglato dalle sole Fim-Cisl e Uilm


Agli operai in particolare, il porporato ha rivolto «un pensiero di grande stima, apprezzamento, vicinanza. Conosco molte di queste persone, sia direttamente sia soprattutto attraverso i cappellani del lavoro. A tutti dico il mio affetto, la mia vicinanza. Essi sanno - ha concluso il cardinale Bagnasco - l’impegno della Chiesa genovese e di tutta la città perché questo presidio lavorativo, che è glorioso e storico, possa continuare nei modi migliori, come essi stessi dicono e vogliono e sono disposti».


Il leader dei vescovi ha poi lanciato un appello a Genova, e indirettamente al Paese: «È evidente da tutte le parti» che sul lavoro «bisogna cambiare mentalità», «puntare su strade nuove»; per superare la crisi, Genova (e non solo) ha «assolutamente» bisogno di «trovare strade nuove». «Ci vuole - ha detto registrando il suo messaggio di Natale alla città - un cambiamento di mentalità rispetto alle modalità del lavoro, all’innovazione, alla progettazione».


«È un Natale - ha proseguito Bagnasco - in cui dobbiamo continuare a pregare» per avere «da una parte il dono di un supplemento di sapienza e di saggezza, in modo da riuscire ad affrontare le difficoltà insieme, nella solidarietà più stretta tra gli uni e gli altri; dall’altra, per avere più sapienza per poter decidere le cose che in questo momento devono essere decise per il bene delle persone delle famiglie e per lo sviluppo del Paese».


Il cardinale ha quindi formulato i propri «auguri a tutti di serenità familiare». «Perché - ha concluso - se non c’e il nucleo familiare che assicura quella rete di rapporti, sicurezza, fiducia, proprio come la zattera che ciascuno desidera, è difficile poi affrontare qualunque onda. Se invece la famiglia è coesa nel suo interno, se gli affetti sono sicuri e belli, anche le onde più difficili si possono affrontare».

giovedì 22 dicembre 2011

TERZO VALICO FERROVIARIO





Finalmente si parte con il Terzo Valico. Adesso, però, bisognerà comprendere come sarà gestita logisticamente la situazione de a) smaltimento dei 6milioni di metri cubi di materiale di scavo;b) approvigionamento dei materiali di costruzione; c) cantieri di lavoro; d) alloggiamenti per il personale.


Stante la situazione della viabilità della Valverde e della Valpolcevera - interessate dal foro di Cravasco e di Molinassi - è bene parlarne subito con chiarezza onde evitare problemi nel prosieguo.

Iniziativa politica per l'Europa



La nostra sfida non è nel consegnare l´Italia in svendita all´Europa. Il compito della nostra classe dirigente è il contrario. Riportare l´Italia al centro dell´iniziativa politica della Ue, di cui siamo co-fondatori decisivi. Per spiegarci... con un esempio: non vorremmo una stagione di privatizzazioni e dismissioni come quella del ‘92-‘93 ma una nuova conferenza di Messina che culmini in un nuovo Trattato di Roma. Sono passati più di cinquanta anni da quella straordinaria soluzione politica che, dopo una crisi diplomatica, consentì all´Europa di divenire quella che ancora oggi è. Ora, più ancora che i nostri bilanci, si tratta di salvare la moneta unica e l´Unione stessa. Una scossa europea, ecco ciò di cui abbiamo bisogno. (da "Formiche", Dicembre 2011)

Articolo 18 SdL - Cortina fumogena per non affrontare i problemi del lavoro

Il fuoco di sbarramento contro ogni ipotesi di modifica dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori serve solo ad impedire l'inizio di una reale disamina dei problemi dell'occupazione - in particolare di quella giovanile - nel nostro Paese.

Conoscere il contenuto dell'art. 18 può aiutare a disinnescare una polemica che - come ricordato da Flavio Repetto, Presidente ELAH-DUFOUR-NOVI nonchè Presidente di Fondazione CARIGE - non ha alcuna rilevanza sul mondo del lavoro.


Art. 18 - Reintegrazione nel posto di lavoro
Ferme restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell’ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro. Ai fini del computo del numero dei prestatori di lavoro di cui primo comma si tiene conto anche dei lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro, dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale, per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all’orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge ed i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale. Il computo dei limiti occupazionali di cui al secondo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie. Il giudice con la sentenza di cui al primo comma condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata l’inefficacia o l’invalidità stabilendo un’indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell’effettiva reintegrazione; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto. Fermo restando il diritto al risarcimento del danno così come previsto al quarto comma, al prestatore di lavoro è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto. Qualora il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell’invito del datore di lavoro non abbia ripreso il servizio, né abbia richiesto entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza il pagamento dell’indennità di cui al presente comma, il rapporto di lavoro si intende risolto allo spirare dei termini predetti. La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva. Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’articolo 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro. L’ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l’ha pronunciata. Si applicano le disposizioni dell’articolo 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile. L’ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa. Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’articolo 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero all’ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l’ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all’importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

giovedì 15 dicembre 2011

INIZIATIVA DEI CATTOLICI. Il nuovo manifesto con CISL, UDC e Riccardi



Si sono visti ieri mattina in un istituto religioso della Capitale, ma si incontreranno più volte ancora nei prossimi mesi. Primo appuntamento pubblico a Napoli, nel mese di gennaio. Si chiamerà «Iniziativa per l' Italia» e sarà un «manifesto» promosso dai cattolici, ma aperto alla cultura laica. Chi c' era assicura che non è il semplice seguito di Todi, il convegno che per la prima volta, a metà ottobre, ha messo insieme quasi tutte le associazioni e le organizzazioni cattoliche. L' ambizione, confessa Raffaele Bonanni, «è più grande, è quella di far ripartire la politica, intesa nel senso alto della parola, ristabilire un contatto con la gente che si è perso ormai da tempo». Il segretario della Cisl è solo uno dei protagonisti: ieri, «per un primo scambio di opinioni», c' erano altri rappresentanti delle organizzazioni sociali cattoliche, insieme ad alcuni politici dell' inedita maggioranza trasversale che sostiene Mario Monti, tra cui gli udc Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa, e il pd Giuseppe Fioroni. E ancora, rappresentanti del governo come il ministro della Cooperazione internazionale e dell' Integrazione, Andrea Riccardi. Cattolici sì, ma con l' intenzione di costruire un' area di dialogo con una parte significativa della cultura laica. A Napoli, città simbolica della «speranza» e del «riscatto», si terrà il mese prossimo una prima manifestazione pubblica a carattere popolare, aperta al contributo di chiunque «abbia il desiderio di rimettere in moto il Paese». Ma poi, a marzo, si raddoppierà a Milano e nei mesi successivi in altre parti d' Italia. Parte un movimento, l' embrione del nuovo partito dei cattolici che tanto ha agitato la politica italiana nei mesi scorsi, fino alla caduta del governo Berlusconi? «Lasciamo perdere - commenta Bonanni -. Il nostro è un progetto prepolitico: occorre riattivare i canali di partecipazione del Paese, ricostruire le basi culturali per sostenere la produttività di sistema e al tempo stesso il welfare». Andrea Riccardi racconta della «grande voglia di fare politica», che è emersa negli ultimi mesi e, in particolare, nelle ultime settimane: «Viene dal sociale e dal mondo cattolico. Siamo sollecitati ogni giorno, chiamati continuamente». Il ministro auspica «un' iniziativa per l' Italia», ma «orientata verso l' Europa, in cui il fare politica si saldi con la grande cultura cattolica e laica del nostro Paese». Perché «la cultura cattolica è per sua natura di sintesi, secondo il modello degasperiano: occorre superare una volta per tutte gli steccati storici tra guelfi e ghibellini». E chi un partito già ce l' ha, come Pier Ferdinando Casini? Il leader dell' Udc si muove con prudenza nel nuovo movimento, ma ovviamente con grande interesse. Come anche il segretario Lorenzo Cesa che, nell' incontro di ieri, ha annunciato che al prossimo congresso, che si terrà tra maggio e giugno, «partirà la costruzione di un nuovo soggetto politico» pronto a raccogliere il sostegno di una parte del Pdl e del Pd. Nel partito si spera di poter attrarre nel progetto figure come Pisanu, Fitto, Frattini, ma anche ad alcuni esponenti laici che fanno parte dell' attuale governo. Commenta Casini: «In questa legislatura abbiamo già fatto molto, ma è ora di completare il lavoro». Per il quale in teoria c' è ancora un anno e mezzo, fino alle elezioni del 2013. E se invece si andasse a votare prima, nella prossima primavera? «Come Terzo Polo - rispondono dall' Udc - siamo già al 18 per cento. Se poi parte il nuovo soggetto politico...».



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Roberto Zuccolini Pagina 17(14 dicembre 2011) - Corriere della Sera

sabato 10 dicembre 2011

IN MUNICIPIO A TITOLO ONORIFICO



Da alcuni giorni leggo sulla stampa cittadina genovese come vi siano proteste e minacce di chiusura dei Municipi del nostro Comune per l’applicazione della norma contenuta nel cosiddetto Decreto salva Italia che prevede il taglio degli emolumenti a Presidenti e Consiglieri di municipio che vengono, così, chiamati a svolgere tale “servizio” a titolo onorifico.

Non entro nel merito dell’inutilità dei Municipi del Comune di Genova a causa dell’impostazione datane dall’Amministrazione Comunale, ma mi limito a svolgere una considerazione sulla mia esperienza di Consigliere, prima, e Presidente, poi, del Consiglio di Circoscrizione di GE-San Fruttuoso.

In allora i Consigli di Circoscrizione a Genova erano 25 e disponevano di maggiori competenze degli attuali 9 Municipi genovesi.

Nel 1978 ero Presidente del Consiglio di Circoscrizione di GE-San Fruttuoso e percepivo, quale indennità di "Aggiunto del Sindaco" (tale era la configurazione giuridica) la somma di 50mila lire lorde mensili, corrispondenti - tenendo conto dell'inflazione - a 305 euro attuali. Per quel che ricordo i Consiglieri di Circoscrizione non percepivano nulla.
Il Consiglio di Circoscrizione si riuniva una volta alla settimana, di solito preceduto dalla riunione dei Capi Gruppo. Analogo impegno settimanale avevano le Commissioni. Le riunioni si svolgevano quasi sempre dopocena; a questo si sommavano gli incontri con i cittadini ed associazioni cui si aggiungevano le riunioni in sede comunale con il Sindaco, assessori ecc.: un impegno non indifferente per gente che svolgeva tale “servizio” pur continuando la propria attività lavorativa.
Nessuno svolgeva tale incarico a tempo pieno e CERTAMENTE quello era un buon esempio di volontariato ed impegno civile.

Scoprire che si stanno apprestando le barricate per la soppressione delle indennità/gettoni di presenza nei Municipi genovesi fa proprio male o meglio fa pensare che nel 1978 eravamo tutti "marziani".

venerdì 9 dicembre 2011

Chi sarà il nuovo sindaco di Genova ?



Il vezzo di tirare l'UDC per la giacchetta prosegue con la bufala della candidatura Musso. Bene ha fatto Mauro Libé (Responsabile Enti Locali UDC) a ribadire quanto già dichiarato il mese scorso: “Non si è svolto alcun incontro tra leader né è stato trovato alcun accordo tra Udc e Pdl per una candidatura unitaria al comune di Genova. Ribadisco che l’obiettivo dell’Udc è presentare nelle grandi città candidati autonomi – ha detto Libé -, sostenuti da un’alleanza tra i partiti che compongono il Terzo Polo. Per riuscire in questo obiettivo siamo aperti al contributo di tutte quelle energie provenienti della società civile che hanno voglia di cambiare la città di Genova"

ICI e mondo ecclesiale italiano



IL CARDINALE BAGNASCO DISPONIBILI A DISCUTERE SULL'ICI

(AGI) - Genova, 9 dic. - "Per quanto riguarda eventuali punti della legge che avessero bisogno di qualche puntualizzazione o precisazione, non ci sono pregiudiziali da parte nostra per poter fare queste precisazioni nelle sedi opportune". Cosi' il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova, ha risposto a una domanda in merito all'ipotesi di applicazione dell'Ici sugli immobili di proprieta' della Chiesa cattolica.
"Come e' noto - ha detto il porporato - la legge prevede un particolare riconoscimento e considerazione del valore sociale delle attivita' degli enti no profit, tra cui la Chiesa cattolica, e quindi anche di quegli ambienti che vengono utilizzati per queste specifiche finalita' di carattere sociale, culturale, educativo. Bisogna aggiungere - ha proseguito il cardinale Bagnasco - che, laddove si verificasse qualche inadempienza, si auspica che ci sia l'accertamento e la conseguente sanzione, come e' giusto per tutti.
Per quanto riguarda eventuali punti della legge che avessero bisogno di qualche puntualizzazione o precisazione non ci sono pregiudiziali da parte nostra, per poter fare queste precisazioni nelle sedi opportune. La giustizia non ha tempo ne' luoghi, quindi va bene in qualunque momento. Se c'e' qualche punto che deve essere precisato - ha concluso il porporato - si precisi".

domenica 4 dicembre 2011

5 milioni di euro di liquidazione !



Che a Guargaglini , ex A.D. Finmeccanica, siano erogati 5 milioni di euro di liquidazione mi pare del tutto fuori luogo. Probabilmente gli competono - e sarebbe il caso di comprendere come sia possibile prevedere certe liquidazioni - ma in questo momento non è il caso, né opportuno.


Se esistono possibilità legali per evitare tuttò ciò non lo so, ma si possono sempre inventare (lo si sta facendo per i cittadini italiani in situazioni economiche ben più difficili): ad esempio dilazionandone il pagamento, tramutandoli in BTP a lungo termine ecc.ecc..


Tanto, nel frattempo, non muore di fame !

giovedì 1 dicembre 2011

Quella dell'ass. Pastorino, seguita a ruota dalla sindaco Vincenzi, è proprio una follia dettata solo dalla disperazione di non aver sufficienti consensi alle prossime elezioni amministrative del 2012.


Immaginare di regolarizzare coloro che dell'abuso hanno fatto la loro costante fa ricordare chi tanti anni orsono, nel secolo, istituzionalizzo la violenza.


Bene ha fatto l'amico Luca Mazzolino a prendere posizione sulla questione.

domenica 27 novembre 2011

UDC e mondo del lavoro



Solo un sostanziale e costante collegamento con il mondo del lavoro può dare all'UDC la forza per essere punto di coagulo politico per le nuove generazioni ed essere credibile allorché afferma la necessità di un patto intergenerazionale. Un mondo del lavoro inteso in modo estensivo: dal libero professionista, al lavoratore dipendente, all'artigiano; avendo capacità di contemperare le esigenze di tutti, senza privilegiarne alcuna a scapito di altre, sorretta dall'unica preoccupazione di servire il "bene comune".In caso contrario l'UDC sarà destinata a far parte del "coro" al quale - raramente - i migliori democratici cristiani hanno voluto partecipare.