giovedì 29 ottobre 2009

Registro testamento biologico a Genova

Leggo, con profondo disagio, la notizia che un ex-Presidente diocesano dell’Azione Cattolica ed attualmente Assessore Comunale della Giunta Vincenzi inaugurerebbe, oggi, il Registro del testamento biologico del Comune di Genova.
Mi ero perso la notizia che la Giunta Comunale genovese avesse deliberato di istituire tale Registro per cui non conosco quale posizione avessero assunto al riguardo i cattolici Assessori presenti: mi auguro si siano opposti ed abbiano votato contro tale ipotesi.
Si potrebbe argomentare che il Parlamento sta esaminando questa questione e quindi qualsiasi delibera comunale al riguardo è fuori luogo e viziata di legittimità, così come si potrebbe ragionare sulle problematiche etiche, mororali e religiose sottese al testamento biologic
Si potrebbe.
Ciò che invece, voglio qui affermare è che un cattolico impegnato in politica, nel libero confronto con le altre posizioni ideali e valoriali presenti nella società, debba agire avendo presente l’orientamento costante della Chiesa a tutela della vita, dall’inizio alla fine. A maggior ragione tale impegno deve essere praticato da chi è stato – e forse lo è ancora – punto di riferimento per larga parte della comunità ecclesiale diocesana.
Resta il forte disagio e la constatazione che i “liberi ed i forti” di sturziana memoria stanno progressivamente diminuendo.

giovedì 8 ottobre 2009

LODO ALFANO e COSTITUZIONE

Ha ragione l'on. Bindi quando afferma che la Corte Costituzionale si pronuncia sulla base dei quesiti che gli sono sottoposti dal giudice che solleva la questione di costituzionalità di una norma.E questa volta è stata sollevata la questione se il lodo Alfano sia coerente con l'art. 138 della Costituzione.Il Ministro Alfano ha ragioni da vendere quando afferma che c'è stato un eccesso di ingenuità nel procedere alla modifica del Lodo Schifani sulla base delle indicazioni che nel 2004 aveva espresso la Corte.
Sarebbe stato saggio provvedere con Legge Costituzionale perchè prima o poi un'eccezione di incostituzionalità sul Lodo Alfano sarebbe stata eccepita visto il clima che serpeggia nella magistratura: se passava questa volta, ne sarebbe stata sollevata un'altra dopodomani di questione di incostituzionalità.
Tutto sommato la Corte Costituzonale ha fatto un buon servizio al Paese: non ha respinto - se non per connessione all'art. 3 della Costituzione - il concetto che possa esserci una particolare tutela per alcune cariche dello Stato; ha respinto che tale tutela possa essere introdotta con legge ordinaria.
La stesura dell'art. 68 della Costituzione adottata dai Costituenti - che prevedeva l'immunità - era di gran lunga migliore di quello modificato ed attualmente in vigore.
Adesso recuperare certi concetti ed introdurli nella Costituzione sarà una strada impervia visto il giustizialismo barricadiero che alligna nel Paese.
Ma è una strada da percorrere se si vuole essere classe dirigente del Paese.
Le polemiche susseguenti alla decisioni della Corte Costituzionali lasciano il tempo che trovano, salvo testimoniare il clima invelenito che attraversa il Paese.
Mi permetto, solo, di osservare come anche il Capo dello Stato sia stato preso in contropiede dalla sentenza della Corte Costituzionale.
Anche lui se ne sta facendo una ragione, come tutti quelli che considerano i tanti pronunciamenti della Corte che hanno dichiarato incostituzionali moltissime disposizioni legislative nel corso degli anni.
La saldezza degli animi caratterizza chi è classe dirigente non i quaquaraqua

lunedì 5 ottobre 2009

PRODURRE UTILI E REALIZZARE PARTECIPAZIONE

Il tema della partecipazione dei lavoratori alla vita della propria azienda costituisce, pur sotto traccia, l’argomento più innovativo di una stagione politica pruriginosa. Alcuni l’hanno minimizzata, altri – culturalmente sordi – l’hanno ignorata, altri ancora l’hanno respinta in quanto ancorati ad una concezione archeologica dei rapporti sociali in una società evoluta: tanto per intenderci da padrone delle ferriere.
Certo, avvince la tautologica affermazione di Casini (UDC) che prima di pensare alla compartecipazione agli utili occorre operare perché le nostre aziende producano utili. Questa affermazione si ferma sull’uscio del problema e non ne apre la porta.
.
Concordo, con il ministro Sacconi (PdL) quando nell’affermare “che i tempi sono maturi per estendere buone pratiche già ampiamente diffuse sul territorio” esprime l’avviso che “la nostra cultura di impresa è infatti impregnata della categoria della partecipazione”. Su questa lunghezza d’onda si ritrovano Galassi, presidente Confapi, “La democrazia economica è nei fatti già presente nelle piccole medie imprese. La partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa è infatti più alta di quello che si può immaginare” ed insieme a lui altri esponenti di associazioni di categoria.
Bonanni, segretario generale CISL, ha ribadito a più riprese che il nostro Paese per poter competere sui mercati internazionali deve elevare la qualità complessiva dei prodotti e dei servizi e che tale obiettivo è perseguibile, tra l’altro, riconoscendo “ai lavoratori un eguale protagonismo nelle scelte generali e particolari, in uno spirito di co-responsabilizzazione”.
.
Pare confortata dai fatti l’esistenza di un profondo senso di appartenenza e di fidelizzazione all’azienda da parte dei collaboratori. Se è così non si vede perché non si debba giungere alla formalizzazione di quanto avviene nella realtà, con strumenti legislativi che sanciscano l’attuazione dell’art. 46 della Costituzione nelle forme che l’autonomia contrattuale delle parti sociali concorderanno.
A questo percorso viene contrapposto l’argomento delle difficoltà economiche e finanziare attraversato dal nostro Paese. Argomento debole e miope. Debole perché è proprio nei momenti difficili che un Paese reagisce con decisioni forti e incisive per il futuro dei propri figli, miope perché solo una forte coesione sociale all’interno delle aziende e del Paese consentirà all’Italia di attraversare il guado verso la ripresa economica ed occupazionale.
.
Senza lavoro non si producono utili, non si produce occupazione, non si produce partecipazione. C’è da chiedersi quanto le nostre aziende, quanto i nostri artigiani, commercianti ed imprenditori che vorrebbero creare utili, non sono posti nelle possibilità di riuscirci: non per mancanza di capacità, intelligenza, impegno ma per indisponibilità di linee di credito bancario, di cattive politiche sul territorio, di farraginosità amministrative, di ritardi nei pagamenti (anche da parte della Pubblica Amministrazione).
Molta parte del bandolo è nelle mani di governa, a livello centrale ed a livello locale. E non è lecito il gioco dello scaricabarile: non lo è mai, men che meno nella situazione in cui sta scivolando il Paese. Immaginare che qualora tanta parte del sistema bancario italiano continui a privilegiare le operazioni finanziarie, si possa intervenire con strumenti creditizi nella disponibilità dello Stato quali Poste Italiane o la Cassa Depositi e Prestiti non deve essere considerato blasfemo così come disporre che la P.A. amministrazione onori i propri debiti in tempi certi e ravvicinati, prevedendo sanzioni a carico dei dipendenti pubblici che “si coccolano” gli ordinativi di pagamento sulle scrivanie. Evidentemente l’elenco degli interventi possibili ed auspicabili non è terminato. Ciò che mi preme affermare è che gli interventi di sostegno sono indispensabili: poi gli imprenditori, gli artigiani, i commercianti – e di converso i liberi professionisti – il lavoro sapranno realizzarlo, insieme allo sviluppo delle proprie attività, l’incremento dell’occupazione e la compartecipazione dei lavoratori.
.
Tutto questo ha un nome: solidarietà. E l’Italia ne ha proprio bisogno.

sabato 26 settembre 2009

GENOVA. BUCHI NEL BILANCIO COMUNALE ?

Spesso si è portati a valutare una Giunta che amministra un Ente Locale con i paraocchi del pre-giudizio politico; forse è più corretto e giusto esprimere le proprie valutazioni sulla base dell’azione amministrativa svolta e dei risultati conseguiti.
Tutti sanno che ho sempre valutato negativamente, proprio per un mio pre-giudizio politico, le Giunte di centrosinistra (senza trattino) che da anni amministrano il Comune di Genova.
Tuttavia capisco che è giusto operare in altro modo ed allora esamino l’azione amministrativa delle Giunte di centrosinistra partendo dal un dato che ritengo fondamentale per esprimere un giudizio: la gestione economico-finanziaria.
.
Abbiamo, tutti, sotto gli occhi le dichiarazioni rese alla stampa dalla sindaco Vincenzi e dal suo vice Pissarello circa gli effetti della gestione economica-finanziaria delle Società partecipate dal Comune di Genova i cui amministratori sono nominati – per legge – dal sindaco, nonché gli esiti disastrosi della costituzione dell’AMI (bad company “inventata” dal Comune di Genova per cedere il 60 % di AMT ad un privato, operazione curiosa che ricorda quella compiuta per l’Alitalia), che sin dalla sua costituzione è sempre stata in pesante passivo. Ma poi vi è la vicenda di Sportingenova altra azienda in perenne dissesto finanziario, quella della SPIM in sofferenza per l’acquisto di derivato “tossico”.
Tutte vicende venute alla luce, poco prima che la Corte dei Conti rivelasse lo stato comatoso di queste aziende e sottolineasse come l’AMT sia condizionata dalle vicende AMI in maniera tale da mettere a rischio il proprio bilancio.
.
Si potrebbe osservare che sono tutte vicende che ineriscono aziende partecipate dal Comune e non il Comune in quanto tale. Distinzione bizantina, in quanto esiste comunque una “responsabilità politica” della Giunta (e delle maggioranze che l’hanno sostenuta) per le scelte compiute al momento della costituzione di queste Aziende, per la scelta dei loro amministratori e per la mancata vigilanza sulle stesse. Ma quel che è peggio è la ricaduta di tali dissesti sui bilanci del Comune che, in qualche maniera ne saranno intaccati. E la sindaco Vincenzi ha già adombrato – chissà se ne ha parlato in Giunta e con la sua maggioranza ? E chissà se si degnerà di investirne il Consiglio Comunale cui spetta approvare il bilancio ? - che saranno necessari interventi che riguarderanno i servizi resi dal Comune e dalle stesse aziende alla cittadinanza genovese. Comunque viene ipotizzato un periodo temprale di dieci anni per rientrare economicamente da questa situazione.
.
Di fronte a questo fallimento della gestione economico-finanziaria credo sia lecito esprimere una valutazione negativa delle giunte di centrosinistra che si sono succedute nell’amministrazione del Comune di Genova nel corso degli ultimi 25 anni e delle maggioranze che le hanno sostenute.
.
Per carità di patria non tocco la questione “mensopoli” su cui si dovrà pronunciare la magistratura ma che, verosimilmente, ha inciso negativamente nella gestione del bilancio comunale.
.
Pertanto, senza alcun pre-giudizio politico, credo sia lecito ritenere opportuno che:

  1. la Giunta Vincenzi (e la sua maggioranza) vada a casa il più presto possibile per il bene della comunità genovese, evitando qualsivoglia “puntellamento” della stessa;
  2. le future alleanze che dovranno amministrare Genova non comprendano il PD, l’IDV e le altre forze minori che hanno composto sinora le maggioranze di centrosinistra;
  3. l’UDC traguardi, per il futuro di questa città, dei compagni di viaggi diversi da quelli che hanno sino amministrato il Comune di Genova: i programmi sono importanti e debbono essere condivisi, ma la capacità gestionale dei Sindaco e dei suoi assessori deve essere provata e non può essere un assegno in bianco.






domenica 13 settembre 2009

AI LAVORATORI PARTE DEGLI UTILI DI IMPRESA

.
Nel corso del suo intervento al 30° Meeting di Rimini, il ministro Giulio Tremonti ha lanciato l’idea di rendere possibile, per i lavoratori, la partecipazione agli utili dell'azienda della quale sono dipendenti.
Posta lì, nel corso di un’estate in cui i si discute, in termini sempre più affannati, di come far uscire positivamente il “sistema-Italia” dagli esiti della crisi economica e finanziaria il nostro Paese, la proposta ha suscitato attenzione e qualche entusiasmo.
.
Benché molti fanno mostra di essere trasecolati per l’idea del Ministro, occorre rimarcare che quel principio è sancito dalla Costituzione che, all’art. 46, recita : “ Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro, ed in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.
Gli atti della Costituente fanno memoria dell’ampia discussione svoltasi per introdurre nel testo costituzionale il principio della partecipazione dei lavoratori alla sorti dell’azienda. Si parlò di “consigli di gestione” da affiancare al “consiglio d’amministrazione”, di inserimento di alcuni dipendenti nel “consiglio di amministrazione”, di “azionariato” dei dipendenti, di “divisione degli utili” aziendali.
In seno alla 3^ Sottocommissione, l’on. Amintore Fanfani (DC) presentò una relazione, molto documentata ed articolata, che prevedeva quali opzioni possibili la partecipazione dei lavoratori alla gestione, alla proprietà ed agli utili delle imprese; i componenti della Sottocommissione optarono, a maggioranza, per la collaborazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, rimandando ad una legge ordinaria i modi ed i limiti dell’esercizio di tale diritto.
Il principio della collaborazione alla gestione dell’azienda – che con termini attuali potremmo chiamare governance – rimase; va ascritto a merito della DC (onorevoli Gronchi, Pastore, Storchi e Fanfani) la formulazione definitiva dell’articolo approvato dall’Assemblea Costituente nel corso della seduta del 14 maggio 1947. L’on. Gronchi – che sarebbe divenuto più tardi Presidente della Repubblica Italiana – nel suo intervento volle rimarcare la volontà della DC di riconoscere la “preminenza del lavoro”, sì da elevarlo alla dignità di collaboratore della produzione e non mantenerlo relegato a quella di strumento della stessa.
.
La cultura politica, prima ancora che sindacale, che aveva sostenuto ed ispirato i cattolici presenti all’Assemblea Costituente si rifaceva ai principi della Dottrina Sociale della Chiesa che - sin dalla Rerum Novarum di Leone XIII - ha sempre considerato il lavoro una componente essenziale della produzione. Principio che sarà sempre ribadito dalla Chiesa.
Giovanni Paolo II ha usato un’espressione netta: “priorità del lavoro nei confronti del capitale” (punto 12, Laborem Exercens). Non solo. Ha sottolineato come l’azienda non possa essere considerata solamente una «società di capitali», ma sia anche una «società di persone», ove le persone sono chiamate a fruire di spazi di partecipazione nella vita dell’azienda (punto 43, Centesimus Annus) ed ha invitato i fedeli laici a far diventare il luogo del lavoro una comunità di persone rispettate nella loro soggettività e nel loro diritto alla partecipazione (punto 43, Christifideles laici)
.
C’è da chiedersi come mai un articolo della Costituzione, sostenuto da un largo consenso politico e da una profonda cultura sociale ed economica, sia rimasto sinora disatteso. Probabilmente il fatto che nell’industria una larga parte dei lavoratori fosse influenzata dal partito comunista e dalla CGIL, e quindi il timore che venissero prospettate soluzioni economiche e sociali di tipo sovietico, radicalmente diverse da quelle dell’economia di mercato, ha “congelato” l’art. 46 della Costituzione. Tuttavia dopo la fine del blocco sovietico, dell’Internazionale comunista e del PCI, quei timori non sono più giustificati e si dovrebbe dar corso a questo importante principio costituzionale.
.
Nel prendere atto che il Ministro Tremonti ha riproposto il tema della partecipazione dei lavoratori alle sorti dell’azienda, occorre notare che vi uno scostamento sensibile dalla previsione costituzionale laddove non si fa alcun cenno alla compartecipazione agli utili dell’impresa, ma si fissa - in maniera ferma - la loro collaborazione alla governance dell’azienda.
E pur vero che sono trascorsi decenni dalla formulazione della Costituzione e tale previsione può essere reinterpretata, salvando il principio del coinvolgimento dei lavoratori alla vita dell’azienda in cui prestano la loro opera, anche alla luce delle esperienze maturate in altri Paesi occidentali, ma non pare del tutto opportuno e possibile ignorare completamente l’art. 46 della Costituzione. Peraltro la sempre maggior presenza di “fondi di investimento” nella compagine azionaria delle aziende pone qualche problema circa i criteri di “governance” perseguiti. E’ noto che i “fondi di investimento” perseguono la logica della remunerazione a breve termine degli investimenti effettuati e non quella della strategia aziendale a medio e lungo termine, con conseguenti ricadute positive sull’occupazione del territorio ove l’azienda è insediata: una strategia del “mordi e fuggi” che non può essere assolutamente condivisa.

Non a caso la CISL, nel porre l’esigenza che la materia – pur disciplinata da una legge quadro – sia affidata alla libera contrattazione fra le parti sociali , ha affermato come “serva una nuova governance che preveda da una parte la partecipazione dei lavoratori ai processi decisionali e di controllo delle aziende e, dall’altra, sul fronte dell’ingresso nel capitale azionario, incentivi fiscali per l’aggregazione del capitale frazionato fra i lavoratori per una reale rappresentanza”. Su analoghe posizioni si trovano l’UGL la UIL.

In questo quadro normativo e propositivo, appare sfasata la posizione della Confindustria che con Marcegaglia e Bombassei ha espresso la propria contrarietà alla cogestione e si è resa disponibile ad esaminare la “l’aumento degli stipendi legato all’aumento della produttività”. Posizione sfasata, perché la Costituzione parla di collaborazione (non cogestione) alla gestione delle aziende e l’attuale dibattito è centrato sulla compartecipazione agli utili ( non all’aumento degli stipendi).
.
Nell’elaborazione della legge ordinaria di applicazione dell’art. 46 della Costituzione si dovrà tenere conto delle diverse realtà aziendali (dimensioni, comparto, quotazione in borsa, servizi pubblici, tipologia della proprietà ecc.). Non paiono possibili norme uniformi, a fronte della notevole disomogeneità delle aziende. La “contrattazione di secondo livello” può e deve costituire un’utile strumento applicativo della norma.
.
Tremonti ha lanciato il classico sasso in piccionaia, una piccionaia un po’ bolsa ed addormentata sui temi della democrazia economica. Al Parlamento ed alla parti sociali il compito di raccogliere questo sasso e stabilire le modalità, i menù, i diversi modi con cui promuovere l’attuazione del dettato costituzionale. Si eviterà, così. l’ennesimo “effetto annuncio” che da quasi quindici anni inquina la “buona politica”.

domenica 9 agosto 2009

NUOVO STADIO A GENOVA Sestri Ponente ?



La più “nera speculazione edilizia” che interessa la nostra città e cioè la proposta di costruire il nuovo stadio a Sestri Ponente è sempre all'ordine del giorno.

Il periodo ferragostano non è uno dei più propizi per questi argomenti, ma è necessario non abbassare la guardia a fronte del rischio che corre il nostro territorio.
Oggi, sul Secolo XIX, è stato riportato il parere ufficioso di un dirigente ENAC che ritiene incompatibile il nuovo stadio con l’aeroporto, anche alla luce del piano industriale di sviluppo del Cristoforo Colombo. Si tratta di una parere ovvio e prevedibile, anche se ancora ufficioso.

Ciò che colpisce, in questa vicenda, è la totale assenza del governo del territorio da parte della Sindaco Marta Vincenzi e della sua maggioranza di centrosinistra (senza trattino). E’ noto che l’unico atto politico compiuto al riguardo è stato quello di una informativa alla Giunta Comunale che ha invitato il Sindaco ad approfondire la questione.

Credo che l’ipotesi di costruire una grande opera di natura sportiva e commerciale interessi in sommo grado l’urbanistica, i servizi commerciali, la viabilità ed il futuro sviluppo della città. E questo indipendentemente dalla sua collocazione. A maggior ragione se questa’opera viene realizzata su aree demaniali destinate allo sviluppo dell’aeroporto della città, sviluppo che è strettamente legato all’idea di città che dovrebbe essere ben presente in chi governa il Comune.

La Sindaco Vincenzi e la sua maggioranza di centrosinistra non hanno espresso alcuna valutazione sulla proposta di Garrone-Preziosi e c’è da ritenere che se non vi fosse il diniego dell’ENAC, tale proposta sarebbe accolta. Questa mia opinione è rafforzata dalla dichiarazione, anch’essa pubblicata su “Il Secolo XIX” odierno, che qualora non vi sia una risposta positiva dell’ENAC entro 50 giorni, il progetto non sarà preso in considerazione.

Insomma una questione che riguarda la gestione del territorio ed i servizi commerciali è delegata a terzi, anziché essere assunta in prima persona dal Comune di Genova.

Il giudizio politico che ne deriva è veramente impietoso: una Sindaco ed una maggioranza di centrosinistra – smandruppata – che vivono di rimessa sui grandi problemi della città. Così è stato per il drammatico problema della “gronda autostradale”, così è stato per la riqualificazione del Lido e del litorale del Municipio del Medio-Levante, così è stato per la chiusura della Galleria Monte Galletto dell’A7 e così è per il progetto Garrone-Preziosi-Giacomazzi dello stadio
.

giovedì 23 luglio 2009

BURLANDO: basta far numero.......per le regionali 2010

Il candidato presidente del PD-IdV ed altri per la presidenza della Regione Liguria, Claudio Bulrlando (PD) oggi - nell’area del Consorzio Pianacci al CEP di Prà - ha tenuto a battesimo la propria Lista civica sostenuta anche da Roberto Hamza Piccardo, già portavoce nazionale dell’Ucoi (Unione delle Comunità islamiche). Il capolista dott. Besana ha dichiarato che “In questa comunità c’è molto forte la presenza islamica per cui mi sento di dire che oggi si candida anche la comunità islamica”.

Già in altre occasioni – non ultima il convegno svoltosi sabato 18 luglio alla Guardia – avevo illustrato le motivazioni per cui era necessario, per il bene della Liguria, mandare a casa la Giunta Burlando e, conseguente, l’UDC ligure non poteva che operare in tal senso in previsione delle prossime elezioni regionali del 2010.

Questa lista civica con i suoi supporters, conferma, a maggior ragione, la necessità che l’UDC ligure sia “altrove” rispetto all’alleanza che sosterrà Burlando nella sua corsa verso la presidenza della Regione Liguria.
Non solo. Occorre operare perché questo “altrove” sia sufficientemente forte per vincere le elezioni regionali ed assicurare l’allontanamento di Burlando e Co. dal governo della Regione Liguria.